Whisky scozzese tra sfide vinte, minacce in corso e opportunità

di Fulvio Piccinino

Il whisky scozzese è probabilmente il distillato maggiormente regolamentato a livello europeo, con regole molto rigide per ingredienti, metodo produttivo ed invecchiamento, ed è quasi sicuramente il prodotto, insieme al cognac, che vanta la più grande schiera di affezionati e tradizionali consumatori.

Un’affermazione che viene supportata da un fatturato pari a circa quattro miliardi di euro e dall’esportazione in quasi duecento mercati. Un mercato che ha generato stili e prodotti in ogni parte del mondo e che conta ben 255 milioni di litri prodotti (riempirebbero 100 piscine olimpioniche). Paesi come India e Francia sono oggi in testa nella classifica dei consumi totali e pro capite (fonte: Forbes).

 

Negli ultimi anni sono stati diversi i tentativi di insidiare la leadership consolidata del whisky scozzese, che in parte sono riusciti, visto che l’export è calato di circa dieci punti percentuali (fonte: Dailymail). La grande tradizione e il riconosciuto blasone ha permesso di contenere i danni, respingendo gli attacchi delle distillerie giapponesi e di altri paesi emergenti come Austria e Francia. Scotch whisky infatti, significa qualità senza compromessi e certezza di quanto si beve.

 

Rischi, minacce e insidie però, sono tutt’altro che finite.

 

Il botta e risposta tra Scozia e Irlanda

 

La prima grande seria minaccia è arrivata dai cugini irlandesi, le cui distillerie hanno deciso di stravolgere la loro filosofia produttiva, basata tutta sul concetto di blend, con l'introduzione del single malt in maniera massiccia nelle loro gamme prodotti. Un cambio praticamente epocale, per una scuola che aveva fatto delle miscele e della tripla distillazione il suo marchio di fabbrica. Questa scelta, unita alla rinascita di marchi irlandesi storici e meno storici, che da sempre godono di un buon seguito e di consumatori affezionati, soprattutto in America, deve aver fatto suonare più di un campanello di allarme. 

E così si è assistito alla pronta risposta della Scozia con il lancio di whisky non torbati, gli unpeated, da parte di distillerie famose per il loro affumicato marchio di fabbrica. Prodotti più rotondi meno pungenti, che hanno avvicinato Islay e Highlands sotto il profilo gustativo. Modi diversi di catturare nuovi consumatori, o recuperare quelli infedeli, non affezionati o non eccessivamente disposti a bere sempre la stessa cosa. Sperimentare offrendo ai consumatori nuove sensazioni nel solco della tradizione.

 

Le nuove sfide all’orizzonte

 

Ma gli attacchi diretti provenienti da altri paesi non sono le uniche insidie per le distillerie scozzesi.

A questi, infatti, si aggiungono situazioni insite nel mercato, con cambiamenti nei gusti dei consumatori e nuovi trend all’orizzonte.

In particolare sono 3 le grandi sfide che dovranno essere prese in considerazione nell’immediato futuro: 

 

1. Le spinte salutistiche che vanno verso la direzione di prodotti a bassa gradazione alcolica e basso contenuto calorico, come avvenuto, ad esempio, nel mercato birraio con il lancio di prodotti alcool free o a basso contenuto alcolico, come le radler o l’apertura del primo stabilimento di small beer

 

2. Il successo della miscelazione e dei liquori e distillati ad esso destinati, con la conseguente difficoltà per il whisky scozzese ad affermarsi in virtù del suo estratto secco piuttosto ingombrante

 

3. Il crescente consumo dei distillati di tradizione messicana che oggi come non mai hanno presa sui giovani consumatori

 

Tutto questo ha fatto emergere, come accaduto già per il cognac prima e per la grappa dopo, la necessità di avere una maggiore flessibilità per competere sul mercato, portando alla nascita di istanze che vanno nella direzione di un cambio del disciplinare di produzione. Come sempre succede in questi casi, le discussioni tra i produttori vedono contrapposti pochi innovatori da un lato e molti conservatori dall’altro, con la data di fondazione della distilleria che è quasi sempre direttamente proporzionale alla forza opposta al cambiamento.

Ma quali sono state le modifiche richieste?

 

Le proposte di modifica al disciplinare

 

Secondo un recente articolo del Dailymail, sembra che una nota azienda distributrice abbia sondato il terreno per ottenere alcune importanti deroghe per quanto riguarda il woodfinish e le aromatizzazioni

La richiesta principale sembra essere quella di poter invecchiare il whisky all’interno di botti da tequila, in modo da strizzare l’occhio agli affezionati della cultura messicana. Ad oggi infatti, il privilegio di accogliere whisky scozzese spetta alle botti di rum, o quelle di bourbon americano, che vengono cambiate dopo il primo passaggio, assicurando al prodotto scozzese una riserva pressoché infinita. Il finish invece spetta a botti che hanno accolto vini liquorosi come Porto, Madeira e Sherry, o vini francesi come Sauternes e Barzac.

L’altra richiesta riguarderebbe la possibilità di dare una decisa sfumatura erbacea all’acquavite di orzo, in modo da venire incontro ai gusti delle nuove generazioni e, quindi, utilizzare la forza di brand noti per lanciare sul mercato prodotti aromatizzati e con gradazioni inferiori.

In fondo, anche altri distillati regolamentati, hanno la possibilità di mantenere il loro nome, aggiungendo aromatizzazioni ed erbe.

Visto il crescente successo degli amari, o dei prodotti dolcificati con miele, pur non sapendo con esattezza la richiesta, possiamo solo immaginare cosa potrebbe scaturire.

 

Al momento le richieste sono state rifiutate, segno che ad ogni latitudine, e non solo a quella mediterranea, ci sono forti remore ad accettare cambiamenti e adattamenti al disciplinare.

La tradizione è tanta ed è molto forte e non possiamo sapere quale sarà l’esito della partita, mentre è sicuro che il mercato va avanti e che non fa prigionieri.

  • #whiskey

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