Americano: alle origini di un cocktail tutto italiano

di Fulvio Piccinino


 

L'Americano è un cocktail che ha sempre suscitato grandi discussioni sulle sue origini. Appassionati barman ricercatori hanno a lungo dibattuto sul suo nome e sulla sua data di nascita, su cui circolano diverse versioni, alcune delle quali errate ma che stentano a scomparire.

La più improbabile sosteneva che fosse stato inventato poco dopo l’Unità d’Italia, unendo il neonato Bitter Campari ed il Vermouth di Torino. Non venivano date spiegazioni sul nome, ma soprattutto si ignorava che fino al 1881 il rosso aperitivo si chiamasse “Bitter all’uso di Hollandia”.

Più plausibile, ma anch’essa errata, fu quella della sua nascita ai primi del Novecento, che legava il nome al modo di bere “all’americana”, ossia su ghiaccio, in bicchieri “Old Fashioned”. In effetti le macchine del ghiaccio si diffusero nel Bel Paese negli anni Venti del Novecento, ma ad appannaggio di esclusivi hotel. Anche se divenne una vera e propria moda sorseggiare i drink “on the rocks”, questo servizio era ancora molto raro; ragion per cui Elvezio Grassi, nel suo “Mille Misture” del 1936, proponeva l’Americano: un cocktail considerato popolare, senza ghiaccio. La ricetta aveva solamente del selz fresco come elemento refrigerante, cosa che di fatto fa decadere la teoria.

Un’altra versione, decisamente più poetica, voleva che il drink nascesse in onore della vittoria in terra americana del pugile Primo Carnera contro l’americano John Shirley. La gloriosa serata ebbe luogo il 29 giugno 1933 al Madison Square Garden di New York, gremito di immigrati italiani. Se questa versione fosse vera alimenterebbe il nostro orgoglio nazionale ma, come vedremo fra poche righe, il nome “Americano” è di molto antecedente.

La prova regina ci arriva da un agronomo piemontese, Arnaldo Strucchi, a lungo enologo di Casa Gancia, che nel 1906 scrisse una monografia sul Vermouth di Torino. Nel capitolo dedicato ai vermouth speciali, ossia con aromatizzazioni particolari, insieme ai grandi classici alla vaniglia o al barolo, ci illustra anche il Vermouth al Bitter, una preparazione pronta in bottiglia che veniva proposta da molte aziende produttrici sull’onda del successo delle Bibite Americane: “E’ detto anche Americano perché negli Stati Uniti si ha l’usanza di bere il vermouth mescolato con liquori amari e gin (whiskey), formando una bibita chiamata cocktail. Molte e differenti possono essere queste preparazioni a seconda del liquore bitter che viene impiegato". E’ evidente che Strucchi facesse riferimento al Vermouth Cocktail in voga in America in quegli anni, dove ad una dose di vermouth venivano aggiunte delle gocce di aromatic bitter. Ne consegue che la ricetta avesse “preso la nave” e fosse tornata in Italia, insieme a molti emigrati, con il nome di Americano.

Un’ulteriore prova della sua nascita ai primi del Novecento ci arriva da Frigerio, enologo della stazione regia di Alba, che nel 1897 pubblica il suo libro “Il Liquorista” e menziona solamente Vaniglia e China come declinazioni commerciali di successo.

E’ infine interessante notare come la prima ricetta di Americano codificata sia presente nel libro di Ferruccio Mazzon, "Il Barista, Guida del Barman" del 1920. Qui l’Americano è nuovamente posto nella categoria “Cocktail in bottiglia” (come già visto nel post sul Martini Cocktail). La ricetta era composta in litri: 20 di Vermouth di Torino, 1 di Cognac, 1 di acqua, 1 decilitro di bitter, 1 decilitro di tintura di scorze di limone, 1 di scorze di arancio. Leggendola, appare chiaro quanto detto da Strucchi: un vermouth con qualche goccia di bitter. L’aromatizzazione con le essenze degli agrumi è conseguenza del servizio in bottiglia, che doveva essere veloce, pertanto in questo modo non si perdeva tempo con la decorazione materiale.

Torniamo nuovamente ad Elvezio Grassi. Nel suo libro, l’Americano trova la sua consacrazione. Infatti è il cocktail per eccellenza che ben si sposa con la politica del regime, fatta di nazionalismo autarchico. Vermouth e bitter sono infatti due eccellenze italiane. Nel libro troviamo ben 12 ricette di Americano codificate, il cui nome variava a seconda dell'azienda produttrice di vermouth; pertanto, avremo quello griffato Martini & Rossi, Cinzano, Carpano, Accossato e Ballor, Branca con la sostituzione con il Fernet, il Cicone Beltrame con l’Amaro Ramazzotti e l’Argentino con un tocco di vaniglia.

Un altro segno del successo è la sua codifica internazionale, consacrazione che in questo periodo spetta a pochi classici italiani.  Questa avviene dopo la vittoria di primo Carnera, episodio che sicuramente può avere alimentato la versione legata al pugile friulano. Frank Meier del Ritz Bar di Parigi, autore del “The artistry of mixing cocktail” del 1936, lo propone in un calice da vino con proporzioni più simili al nostro moderno Americano, con pari quantità di bitter e vermouth ed uno spruzzo di soda. Per William Tarling, scrittore del “Cafè Royal Cocktail book” del 1937, la ricetta è più simile a quella italiana del “Mille Misture”, con un quarto di bitter e tre di vermouth, e soda a colmare. In entrambi, la decorazione è una scorza di limone e solo nel primo libro si parla di ghiaccio nel bicchiere.

Per finire, una ulteriore prova della diffusione del cocktail negli anni Cinquanta, quando l'Americano viene citato da Ian Fleming, il famoso scrittore inglese inventore del celebre agente segreto 007. James Bond sorseggia questo cocktail seduto ai tavoli del Royal les Eaux a l'Hermitage di Parigi. La ricetta originale dell'agente 007, riportata nel primo libro della serie “Casino Royale”, prevedeva l'utilizzo del Bitter Campari, del Vermouth di Torino Cinzano e dell'acqua Perrier, molto amata dall'agente segreto, in grado a suo dire di rendere accettabile il gusto di questo cocktail povero. Da italiani non ci saremmo mai aspettati questa caduta di stile, Mister Bond.

  • #storie di cocktail
  • #cocktail





    Altri Articoli